FROM | TO – Giuseppe De Mattia e Aldo Grittani @ F.project

F. project

è lieta di presentare

FROM | TO
bipersonale fotografica di Giuseppe De Mattia e Aldo Grittani

a cura di Luca la Vopa
testi di Alessandro Bucci

Opening Giovedi 7 Giugno ore 18.00
presso F.Project – Via Postiglione 10, Bari
in mostra dal 7 al 30 Giugno 2012

F.Project, spazio dedicato alla fotografia e al mondo dell’immagine e del video, è lieta di proseguire la sua stagione espositiva con “ FROM | TO ”, bipersonale di Giuseppe De Mattia e Aldo Grittani, a cura di Luca La Vopa, con testi critici di Alessandro Bucci. L’evento inaugura un weekend tutto dedicato alla riflessione sul paesaggio con il convegno: “Paesaggi, Luoghi, Scenari” promosso dal Museo della Fotografia che si terrà Venerdì 8 e Sabato 9 Giugno presso il Politecnico di Bari. (http://museofotografiapoliba.blogspot.it/)

“Il paesaggio” diventa terra di confronto fra due percorsi artistici curiosamente affini, i due autori De Mattia e Grittani, se pur con formazione e ricerche artistiche diverse convergono riflettendo su paesaggio che diventa percorso, una mappa che non è sineddoche funzionale, ma un invito a ricomporre, un bottino che non raccoglie souvenir, ma fiuta dei percorsi.
Senza sapere l’uno dell’altro, i due artisti hanno percorso, documentandolo fotograficamente, i tratti che sono quotidianamente di passaggio nello svolgimento delle loro attività. Così facendo, i lavori che costituiscono la mostra FROM|TO offrono suggestioni da una Puglia che non è cartolina e nemmeno denuncia. Una Puglia che è luogo ma che potrebbe essere ovunque, zone di confine fra ambiente rurale e intervento umano, a cui è proprio la soggettività di ognuno a dover dar senso. Il percorso è un processo, funzione per cui il camminare confonde fine e mezzo.
Camminare per guardare, guardare per orientare un percorso; avere punti resi fissi da una scelta. “Percorso” assume qui un triplice valore: “è l’ atto stesso come azione dell’ attraversare, compiuto su tratti periurbani; è la linea che attraversa lo spazio, la strada, il percorso definito, dal quale prendere o meno le distanze; è il racconto dello spazio attraversato, un percorso/struttura narrativa offerto sotto forma di immagine fotografica”, come cita il testo critico di Alessandro Bucci.
Gli artisti scendono da una quanto mai inattuale torre d’avorio, nel senso fisico implicito nell’etimologia del loro farsi pionieri: sono pedoni, nell’accezione di coloro che camminano. I percorsi fotografati, sono infatti, zone di passaggio: dimensioni che congiungono i luoghi dove quotidianamente Grittani e De Mattia svolgono le proprie attività, questi ultimi i motivi per cui il tratto stesso viene percorso. Tale logica viene ribaltata nella loro ricerca fotografica. Punti di partenza e d’arrivo assumono un interesse relativo: non a caso il titolo dell’esposizione non li specifica; offrendo da una parte il viaggio come biglietto a destinazione aperta, dall’altra sottolineando il dialogo tra Grittani e De Mattia.

Giuseppe De Mattia: Studia Cinema presso il DAMS di Bologna e Urbanistica presso il Politecnico di Milano. Nel settembre del 2009 viene invitato a prendere parte della residenza artistica “Anamnesis Belgium – encounter for cinema, sound & oral tradition” a Westhouter. Collabora con l’ Archivio Fotografico della Cineteca di Bologna, con l’associazione dei film di famiglia Home Movies e con Spazio Labo’ – Centro di fotografia di Bologna. Questo progetto presentato ad F.project è stato realizzato all’interno del workshop di cinema camminante organizzato da TooA nel 2011 ed è accompagnato dall’installazione sonora di Nico Pasquini.

Aldo Grittani: Si avvicina al mondo dell’arte verso la metà degli anni ’90. I primi lavori erano delle “microsculture” nate dall’incastro e dall’assemblaggio di piccoli e piccolissimi oggetti metallici trovati in casa o per strada. Parallelamente ha prediletto l’accostamento di scultura e la fotografia come mezzo prediletto di espressione.

INFO:
ARTISTI: Giuseppe De Mattia, Aldo Grittani
TITOLO: FROM | TO
A CURA DI: Luca La Vopa, testi di Alessandro Bucci
SEDE: F. Project – Via G. Postiglione 10, Bari
DATE: dal 7 al 30 Giugno 2012 – OPENING 7 Giugno ore 18.00
ORARI: lun-ven ore 10:00-19:00/sabato ore 10:00-13:00
INFO: info@fproject.it cell: 340 7225237
LINK: www.fproject.it

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Paesaggio e spaesamento: il talento nuovo della flânerie

I lavori di De Mattia e Grittani si possono considerare due modi – apparentemente simili, in realtà assai differenti – per fare, in maniera implicita, due affermazioni radicali.

 Uno: andare a piedi è un’operazione ineludibile per la conoscenza del mondo.

Muoversi nel mondo, per l’uomo occidentale, è sempre stata una operazione soggetta a tentativi di organizzazione dall’alto. L’origine di questo fenomeno si può, in un modo o nell’altro, rintracciare nella cultura del disegno delle città su un sistema di pensiero che, ordinando gli spostamenti a priori rispetto all’ambiente da costruirsi, dal castrum romano in poi ha determinato l’abitudine dell’uomo a farsi condurre da un punto ad un altro lungo percorsi prestabiliti ed eterodiretti. In un certo senso, l’uomo occidentale è afflitto, suo malgrado, dal peccato originale di un’attitudine militaresca allo spostamento del suo corpo nello spazio.
E, in aggiunta alle limitazioni di un tessuto urbano stratificatosi per millenni su questo peccato originale, l’uomo contemporaneo è costretto a spostamenti con frequenza sempre crescente e su tragitti sempre più lunghi e privi di soste. Per lui, spostarsi a piedi è diventato un lusso o quantomeno un sovrappiù, una flânerie disimpegnata, slegata da qualsiasi atteggiamento ermeneutico rispetto a ciò che esiste.
Così, muovendosi quasi solo tramite l’uso di protesi (mezzi di trasporto), l’uomo si fa sempre più impermeabile all’ambiente; e questo, altrettanto, tende a riflettere la natura rapida e irriflessiva degli spostamenti, e si fa impermeabile al corpo dell’uomo, esprimendosi in recinti, barriere, confini e linguaggi eminentemente visuali. La mutua impenetrabilità di uomo e mondo genera un senso di insoddisfazione percettiva e culturale, una sorta di castrazione spaziale.
Quindi, andare a piedi diventa, per prima cosa, un atto di riappropriazione esistenziale. Un atto che esprime il desiderio attivo-passivo di attraversare il territorio quanto di farsi attraversare da esso, dai suoi segni, dai suoi significati. I rimandi continui tra ciò che è rilevato esperienzialmente e ciò che si conosce culturalmente intessono quindi una trama di senso che è il valore dell’operazione di lettura interpretativa dell’ambiente.
Il flâneur contempoeaneo, allora, non è più un’ombra sospesa nel rifiuto dell’engagement col mondo fisico che lo circonda; egli diventa il protagonista attivo della transurbanza, che col proprio passo ripercorre il distico ancestrale che fa esistere il mondo, come nelle cosmogonie aborigene australiane narrate da Chatwin. Il suo, nelle parole di Secchi, è un essere un “teorico dotato di talento”, che oltre a scegliere di perdersi nelle giustapposizioni materiali e nei ritmi quotidiani della città, non è un “dilettante impressionabile e ingenuo” ma, armato della sua filosofia speculativa trascendentale, diviene in grado di selezionare, ordinare e interpretare le proprie esperienze sensoriali, supportando le sue peregrinazioni tramite una teorizzazione della vita urbana in cui si chiede che i processi in atto siano rivelati attraverso la “cruna di un ago”, secondo un metodo investigativo di matrice antropologica.
Ma camminare diventa il linguaggio in cui lo spazio non solo si legge, bensì si scrive. Esso è quel luogo fisico in cui è dato ontologicamente il verificarsi degli eventi, che pure però necessita di quella dimensione esistenzialistica ed empirica perché gli eventi vengano riconosciuti e diventino storia, cioè assumano significato. Come l’albero che cade non produce suono dove nessuno può ascoltarlo, così gli eventi, che determinano lo spazio e da esso sono determinati, devono essere avvicinati esperienzialmente – tramite l’esplorazione – per riuscire a generare conoscenza.
A questo punto, il camminare può farsi metodo d’indagine tramite l’individuazione dell’esistenza di molteplici stati di coscienza propri dell’esperienza dello spazio a corpo libero e la messa in valore di ognuno di questi stati: tanto l’attenzione logico-analitica del fuoco assoluto sugli eventi e il dominio (sempre relativo) di essi, quanto lo sguardo distratto sulla realtà percepita con la coda dell’occhio e il diritto che ne consegue a quell’istanza di spaesamento di cui parlava Benjamin.

 Due: l’atto del fotografare è, per eccellenza, atto di selezione.

L’uso della macchina fotografica, versione limitata dell’occhio umano, costringe alla scelta di campo; ma è, naturalmente, proprio nelle limitazioni che la tecnica impone al fotografo all’atto di operare la sua scelta, che il valore di un metodo d’indagine può emergere.
In primo luogo, De Mattia e Grittani selezionano il loro campo di interesse in quel “paesaggio di sempre”, ordinario, ricorrente, elementare, quotidiano, un paesaggio indifferenziato se guardato ad una certa scala di osservazione. Fare questa scelta significa percepire il potenziale di eccezionalità insito in ogni apparente ovvietà del territorio, quando questo si presti ad una osservazione ravvicinata (close reading) che ne restituisca il carattere tutt’altro che trasparente allo sguardo. Non a caso, la parola suburb significa letteralmente “città di sotto” ed è lì che l’osservazione ravvicinata, il rilievo e l’attraversamento sono le tecniche di disvelamento capaci di rendere evidenti le tracce latenti depositate sul territorio.
Fare questa scelta significa compiere l’operazione opposta a quella codificata dell’analisi urbanistica, che costringe alla sfocatura dello sguardo per semplificare le interpretazioni, eliminando ordini di dettaglio con la promessa differita di una restituzione in altra forma.
E perché questa restituzione abbia luogo, è necessario adottare un setaccio a maglie più strette, strette intorno al concetto di eccezione, traccia, indizio e a un metodo empirico di riconoscimento.
Qui, i due fotografi prendono strade radicalmente opposte.
De Mattia utilizza un campionamento progressivo e concentrico che dalla selezione del contesto passa a quella di un percorso, poi di un preciso frame, quindi di un oggetto o di un corpo che racconta una storia di passaggi o di soste, di quel rapporto misconosciuto – a volte ritrovato – del corpo umano con lo spazio periurbano.
Grittani adotta invece un atteggiamento in apparenza asettico: senza (quasi) mai variare l’altezza del punto di vista, egli sembra rinunciare alla scelta a favore della restituzione generica della forma di una linea di orizzonte. Invece, imbracciando il rasoio di Occam, la selezione delle variabili si fa precisa e riconoscibile nell’orientamento dello sguardo verso quei luoghi in cui è evidente lo scontro tra ciò che è vicino e ciò che è lontano da noi: tra ciò che non possiamo raggiungere e il motivo per cui questa possibilità ci è preclusa, sia esso una barriera fisica o il semplice fatto che ciò che ci è mostrato è mediato dal mezzo fotografico. Che, cioè, ogni oggetto è lontano da noi proprio in quanto oggetto rappresentato, quindi esperito tramite distacco.
Eppure, sia De Mattia sia Grittani sembrano non fidarsi del tutto della possibilità della fotografia di rappresentare la realtà. Al doppio di essa affiancano parte dell’originale, e così l’osservazione visiva si fa processo tattile di raccolta e campionatura di oggetti, quasi a volersi convincere che ciò che è stato visto era davvero lì (ma ora non c’è più!), e quindi, in conclusione, della possibilità dell’esperienza di essere la forma trasmissibile del senso.

Alessandro Cariello e Rossella Ferorelli

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Terrain Vague

Una mappa che non è una sineddoche funzionale, ma un invito a ricomporre; un bottino che non raccoglie souvenir, ma fiuta dei percorsi. E’ questo che accompagna i lavori – curiosamente affini – di Giuseppe De Mattia e Aldo Grittani, raccolti in questa bipersonale fotografica di F Project, a cura di Luca La Vopa.
Senza sapere l’uno dell’altro, i due artisti hanno percorso, documentandolo fotograficamente, i tratti che sono  quotidianamente di passaggio nello svolgimento delle loro attività.
Giuseppe De Mattia, ha raccolto con la dedizione di un collezionista, oggetti ritrovati sul percorso individuato; inglobati nell’esposizione, questi diventano interlocutori attivi di un dialogo con l’osservatore, catalizzatori di ricordi e riflessioni. Aldo Grittani, propone una serie di immagini il cui ordine si è liberi di modificare, al fine di creare un paesaggio personale, un paesaggio ideale.
I lavori che costituiscono la mostra FROM|TO offrono suggestioni da una Puglia che non è cartolina e nemmeno denuncia. Una Puglia che è luogo, come in fondo ogni altro: a cui è proprio la soggettività di ognuno a dover dar senso. Potrebbe essere poesia struggente, potrebbe vivere nel ricordo, ma non è questo il punto: è un processo, funzione per cui il camminare confonde fine e mezzo.
Camminare per guardare, guardare per orientare un percorso; avere punti resi fissi da una scelta.  “Percorso” assume qui un triplice valore: è l’ atto stesso come azione dell’ attraversare, compiuto in un primo momento su tratti periurbani come tanti; è la linea che attraversa lo spazio, la strada, il percorso definito, dal quale prendere o meno le distanze; è (soprattutto in questa ultima fase di esposizione dei lavori) il racconto dello spazio attraversato, un percorso/struttura narrativa offerto sotto forma di immagine fotografica.   Gli artisti scendono da una quanto mai inattuale torre d’avorio, nel senso fisico implicito nell’etimologia del loro farsi pionieri: sono pedoni, nell’accezione di coloro che camminano. Camminare  diventa forma estetica a disposizione dell’azione, della strada, della narrazione.
In questo interrogar sentieri, i luoghi deputati dei centri non sono più tappe obbligate: non è detto che siano evitati, rifiutati,  ma è il  passaggio ciò che conta: un attardarsi in quei luoghi Solà Morales avrebbe definito terrain vague:  spazi vuoti, non occupati ma anche territori del possibile, pronti ad essere modificati per costruire nuovi scenari o semplicemente pronti ad accogliere altri modi di essere utilizzati. Terreni indeterminati, imprecisi, disponibili a soddisfare le esigenze di mobilità, erranza e tempo libero.
I percorsi fotografati, sono infatti, zone di passaggio: dimensioni che  congiungono i luoghi dove quotidianamente Grittani e De Maria svolgono le proprie attività, questi ultimi i motivi per cui il tratto stesso viene percorso. Tale logica viene ribaltata nella loro ricerca fotografica. Punti di partenza e d’ arrivo assumono un interesse relativo: non a caso il titolo dell’esposizione non li specifica; offrendo il viaggio come biglietto a destinazione aperta. Tale libertà rivela l’essenziale: i luoghi esistono, ce ne sono almeno due; ma non è detto che siano differenti. Se si arrivi al luogo da cui si parte, può anche darsi; in cosa differiscano questi posti, sapere non è dato. Forse in ben poco; e sta alla percezione rinnovata dal percorrere rendersi acuta, cogliendo leggere declinazioni che incrinano la fissità dell’esistenza. Allargare l’orizzonte restringendo lo sguardo: è questo il paradosso che permette il cammino per queste zone che potrebbero essere considerate anonimi.
Tale libertà non investe più solo arrivo e partenza: ma pervade tutti i posti attraversati – dove comincia l’uno? Dove finisce l’altro? L’esperienza finale, l’ulteriore piano aggiunto alla costruzione del sé, amalgama tutti i posti, nella loro diversità: e basta che il sentore dell’uno sia appena un po’ più forte perché ogni risultato sia, per ognuno, diverso.

Alessandro Bucci